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Martedì, 29 Giugno 2010 11:02

Labo Bau de L'Aire

Scritto da Salvatore Insana
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[TEATRO]
_MG_1465ROMA- Tra fumo e gran caldo, ventagli e boccheggi in azione tra il pubblico, dal Beckett di “Per finire ancora” passando alla pasoliniana Supplica a mia madre e finendo per i Noir Desir (Des visages, des figures), lo studio-viaggio che Gianluca Bottoni ha messo in atto con e attraverso Baudelaire ha sfruttato appieno le potenzialità spaziali dell'Atelier Meta-teatro, lì dove lo spettacolo ha avuto luogo tra il 7 e il 10 luglio scorsi.



Allestendo con corpo e voce un saliscendi emozionale tipico dello sperimentatore di stati alterati, tra estasi paniche e sprofondamenti nei più cupi pensieri, tra abbagli e visioni, tra tenerezze barcollanti e rabbia che scoppia improvvisa, tra trasalimenti dello sguardo e un vago procedere tra “ritagli sonori, sperimenti e strappi”, accompagnato e marcato con esattezza in tutti i suoi passi dal gioco di luci e ombre messo a punto da Giovanna Bellini, la ricerca di Bottoni ci ha spinti fino a capire che l'aria da respirare è proprio quella che ci manca, asfissiati tra futuro oscuro e passato che non torna come (mai) è stato. tra_MG_1398
L'aria da respirare è proprio quella che ci manca, asfissiati tra futuro oscuro e passato che non torna come (mai) è stato. C'è lo sguardo del desesperé courbettiano, quello del folle all'ultima spiaggia, con la fronte sudata e gli abiti stentatamente eleganti quanto logori. C'è il rapido capovolgersi delle apparenze nel loro contrario (vedi l'amato scheletro d'una venere essiccata dal tempo, o ancor più l'ambigua e androgina entrata in scena di Flavio Arcangeli). C'è la fatica di vivere, quella di chi al lavorare e _MG_1412produrre preferisce i versi, il vino, la vita. Bottoni- Baudelaire, flaneur d'uno spazio scenico così come d'un testo, vaga da un capo all'altro, incontra oggetti e idee, incrocia corpi e ricordi, in una inarrestabile volontà di dire e di dirsi, maneggiando coltelli e intenzioni, giocando con il fuoco, asfissiandosi in una s-tentata e incerta palingenesi, nell'impossibilità di ripartire ogni volta da zero.
E il posto che sembra oggi riservato alla poesia sembra emergere in una eclatante parodia del recitar solenne, con l'attore stesso che, seduto su poltrona girevole, con cuffie alle orecchie e maxischermo tv acceso, declama versi trangugiando sonoramente patatine, con le casse dietro le nostre orecchie ad amplificar la sublime vacuità del tutto.

Salvatore Insana
Letto 2442 volte Ultima modifica il Lunedì, 19 Luglio 2010 21:25

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