Giovedì, 19 Giugno 2008 15:27

Un viaggio senza inizio e senza fine

Scritto da Shiba
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shibaRoma è una città stanca e affannata ma porta in sè una continua tensione al bello. Così tra i mille giri per cercare nuove visioni, in un’antica via che prende il nome da chi della sua vita fa un continuo viaggio, via Del Pellegrino, Micol Di Veroli,

giovane curatrice della Galleria Dora Damiani, presenta una mostra che ha un titolo recondito di significati: Viaggio sul nastro di Möbius.

Una collettiva di tre artisti, Angelo Bellobono, Inés Fontana e Fernanda Veron. Tre modi di muoversi nella realtà, quindi cercare un punto di incontro o un filo conduttore è un passaggio inutile. La ricerca dei tre artisti non si riesce a focalizzare perché è impossibile mantenere una stabilità, anche quando le visioni percorrono lo stesso punto. Da qui il titolo criptico.

Il “nastro di Möbius” è una superficie che non ha un orientamento. In questa chiave leggiamo le opere di Angelo Bellobono: paesaggi liquidi di un percorso che è comune, in cui si compiono attese e accelerazioni, dove i volti diventano parte degli spazi. Le due visioni femminili e argentine non potevano essere così differenti.

Inés Fontana nella città ideale, che non ha tratti distintivi e risulta candida ma menzognera, rappresenta uno spazio urbano che è una realtà supposta. Il dramma consiste nella distruzione anche della stessa ipotesi. Perché manca del valore costruttivo di una nuova identità. ma è solo il disfacimento di una menzogna per crearne un’altra.
Nell’antichità il concetto di crisi (κρίσις) non era negativo, ma rappresentava un punto da cui rinascere,il punto stesso in cui dalle ceneri bisognava avere una nuova vita, proprio come l’araba fenice. Qui il dramma è proprio la mancanza di un costruzione e l’arte diventa il caleidoscopio per intravedere i meccanismi barbari delle sovrapposizioni mentali e strutturali alle quali la realtà si sottopone.

Ecco di nuovo il nastro di Möbius che si percorre incessantemente in una circolarità storica che diventa faticosa perché il punto di partenza viene ritrovato dopo un doppio giro ed è allora che appare diverso in quanto viene a mancarne la memoria. Il tempo riesce a giocare e si priva di testimonianza. Anche la fotografia di Fernanda Veron è un rimando mentale e non una dichiarazione certa. Nel suo trittico attende un momento e perde la fluidità del racconto. La percezione del tempo diventa soggettiva perché il sogno è l’unica memoria che riusciamo a conservare.

Il Nastro di Möbius è un iter circolare che non presenta la stessa direttiva, un solo lato e un solo bordo senza opposizioni, ma un percorso che diventa tortuoso. L’arte mantiene un altro orientamento rispetto alla realtà: deve riuscire a svelare le falsità di una linearità progressiva e liberare da un’aspettativa illusoria per essere più pragmatica della tangibilità che ci viene spacciata come oggettiva.
Mirabile scelta e lettura della curatrice che presenta fino al 31 luglio questa collettiva presso la Galleria Dora Diamanti in via Del Pellegrino, 60 (zona Campo de’ Fiori).

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