Giovedì, 24 Febbraio 2011 11:26

Codice a Sbarre

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[CINEMACITTA’]

Alessia_GrassoiL’inferno ha molte forme. C’è l’inferno che ci costruiamo da soli, c’è quello che non è poi così brutto come lo si dipinge, c’è l’inferno che non ci meritiamo, quello che ci viene imposto. C’è l’inferno che diventa tale per il semplice fatto che non possiamo uscirne, e c’è quello che è realmente brutto come viene dipinto.

C’è chi crede in più di un inferno, chi non ci crede affatto. E chi crede che l’inferno sia in terra, tra uomini che non sono affatto di buona volontà.
Ma l’Inferno, si sa, non è che un punto di vista. Più un favola di monito, un fantasioso ideale al ribasso, che qualcosa di concreto.
Se non stai buono viene il poliziotto e ti porta in galera”, tuonavano alla sera le madri del dopoguerra, per acquietare l’animosità dei propri figli. Ma arriva sempre un punto della nostra vita in cui siamo costretti a ignorare le manfrine genitoriali: a volte finiamo per rubare un cd in un grande magazzino, e a volte, direbbe Johnny Cash, finiamo per sparare a un uomo “solo per vederlo morire”.
Anche il carcere, come l’inferno, non è che un punto di vista. Per alcuni è un luogo di contenimento, un grosso cesto della spazzatura in cui gettare le aberrazioni della società, e dimenticarcene per sempre. Per altri è un luogo di recupero e pentimento, un purgatorio in cui poter pianificare una nuova e scintillante occasione (“Finchè c’è vita c’è speranza”, dice Edward Bunker del suo Little Boy Blue, giovane criminale alla costante ricerca di una redenzione non repressiva). E spesso, come per l’inferno, ciò che ci viene detto non sono altro che storie ripetute all’estremo, da sceneggiatori televisivi che il carcere l’hanno visto solo da lontano. Quello che sappiamo dei penitenziari in genere non è che un frittomisto di film americani e aneddoti da bar degni del girone dei sodomiti. Ma per quanto la detenzione tenda a spersonalizzare, è impossibile ritenere che chi vive lì dentro non sia a tutti gli effetti una persona. Il 2010 è stato l’anno boom dei suicidi carcerari, e ancora oggi ci chiediamo come sia lo stile di vita un detenuto.

A dare una risposta parziale ci hanno provato quelli dell’associazione cinematografica Alphaville, in collaborazione con Antigone, organizzazione nazionale sui diritti e sulle garanzie all’interno del sistema penale. Codice a sbarre è l’evento che, dal 16 al 20 febbraio, ha visto l’alternarsi di proiezioni cinematografiche a tema detentivo, con testimonianze dirette di chi ha vissuto in prima persona la realtà del penitenziario. A film come Animal Factory e Cella 211, si sono affiancate le testimonianze di Silvia Baraldini, Ermanno Traverso e Alessandro del Cecato, le cui storie individuali hanno fornito spunti interessanti sul tema della vita nei penitenziari e sulle varie riforme carcerarie viste dall’interno.
In genere sono più gravi le leggi riempicarceri che non quelle svuotacarceri”, spiega Ermanno Traverso, all’epoca condannato a sei mesi per truffa allo Stato. Ermanno ha alternato la sua detenzione tra il carcere di Torino e il Piazza Lanza di Catania, denunciando disagi organizzativi enormi. “La macchina carceraria è notevolmente disorganizzata, a Catania i corridoi erano talmente stretti che dovevamo regolarci tra noi detenuti per gestire l’afflusso di persone in uscita durante l’ora d’aria. E i prigionieri in genere non protestano, per paura di essere trasferiti o puniti”.
Ed è proprio in virtù di queste piccole insabbiature che i riflettori mediatici si dimostrano fondamentali, ammette Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone: “E’ nell'opacità che si verificano le cose più brutte - prosegue Gonnella - ed essa è favorità proprio in assenza di controllo da parte dell'opinione pubblica, una garanzia democratica fondamentale. Quando abbiamo presentato in procura l’esposto per riaprire le indagini relative al caso di Carmelo Castro (il 19enne incensurato morto in cella nel marzo 2009 ndr), difficilmente avremmo ottenuto risultati concreti, se non avessimo cercato la copertura dei media”.
La rassegna è nata anche in occasione del ventennale dell’associazione. “I ragazzi di Antigone - spiega Patrizia Salvatori, presidente del Cineclub Alphaville -  sono molto conosciuti da chi si occupa di queste cose, tra civili e addetti ai lavori. Ma evidenziarsi oltre il classico settore di appartenenza può risultare impegnativo. Unire un cineclub abbastanza conosciuto a Roma all'associazione può avere un senso molto valido. Ascoltare degli ex detenuti che parlano dal vivo della loro esperienza, unita a una proiezione cinematografica dotata di un forte linguaggio emotivo, è qualcosa che può decisamente muovere”.

Spero che questa iniziativa - conclude Salvatori - riesca a svegliare le coscienze civili e dia forza e sostanza a questa azione”.

 

Giampiero Amodeo

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