Lunedì, 21 Novembre 2011 09:11

Sguardi S-Velati IV

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[TEATRO]

Immagine rassegna RCSROMA- Continua la rassegna teatrale Sguardi S-Velati al Teatro Due Roma e noi continuiamo a parlarvene, cercando di trasmettervi l’entusiasmo e la passione di ogni storia e di ogni singolo spettacolo…




 
Stelle Danzanti - storie di donne delle carceri

TomarelliÈ andato in scena dal 4 al 6 novembre scorso al Teatro Due di Roma per la rassegna Sguardi S-Velati, lo spettacolo intitolato Stelle Danzanti - storie di donne delle carceri scritto, diretto e interpretato magicamente da Chiara Tomarelli in collaborazione con Linda Dalisi.
Non si tratta di uno spettacolo teatrale fine a se stesso, piuttosto di uno spettacolo profondo che parla, comunica, spiega e fa vedere ciò che generalmente non si vede, ciò di cui non si parla, ma che esiste. E si tarda a capire volontariamente, finché le situazioni non fanno tragicamente clamore.
Una performance che può esser considerata contemporanea sempre, in ogni spettro di riferimento temporale per il suo contenuto.

Chiara Tomarelli
spinta dall’istinto di capire cosa ci fosse dietro quella invalicabile porta carraia delle carceri comincia a documentarsi e a raccogliere testimonianze vere, reali, di donne che vivono e/o hanno vissuto nelle carceri, siano esse private della libertà fisica, siano esse addette al ruolo (es. poliziotte che vivono l’ambiente carcerario per lavoro). E da qui, da questa sua dignitosa e rispettosa curiosità è riuscita poi ad elaborare e portare in scena uno spettacolo teatrale che mostra quello strano e apparentemente lontano luogo carcerario, cominciando a raccontare le diverse storie di vita, interpretando fino al midollo le diverse donne che l’attrice ha incontrato.
Ha cominciato a sbrigliare quel nodo stretto e anche la lingua inceppata di una donna straniera arrivata in Italia tramite conoscenze che lascia il suo lavoro, rischiando tutto per il bene della famiglia, fidandosi di qualcuno che le aveva promesso una vita nuova, diversa, ma che poi si ritrova a vivere un incubo, catapultata in un mondo surreale.
E ancora la storia di una donna che racconta le sue ore di isolamento che poi divengono affollamento; la storia di una donna accecata da quella continua e fastidiosa luce artificiale che la insidia provocandole un forte senso di malessere; una storia di donne-mamme detenute con i loro bambini e le varie conseguenze. E poi infine, anche la storia di una donna poliziotto, anch’essa turbata, dalle consuetudini errate di comportamenti istituzionali e che si trova a scontrarsi con una realtà imprevista e con un’umanità calpestata. Schiaffeggiata metaforicamente dalla vita reale delle carceri, rispetto alla ‘favola’ di una rispettabilità doverosa nei libri di teoria.

Una serie di storie al femminile dunque, che l’attrice interpreta meravigliosamente sulla scena, con il sentimento più profondo e sentito di una persona che ‘denuncia’ lo status e le condizioni disumane di tutti coloro che sono, sì detenuti – il ché significa privati della libertà fisica-, ma non costretti a sottomettersi e ad esser privati di ogni diritto, anche quelli più semplici e naturali quali la luce, l’aria, l’acqua, il lavoro e la possibilità di reintegrazione e riscatto nei confronti del mondo.
Uno spettacolo che merita di calcare le diverse scene teatrali per la sua essenza e le finalità educative che dimostra.

Maria Logroio

 


 
Gocce

4-11 gocceGocce, di e con Beatrice Aiello e con la regia di N. Desmond, è andato in scena dall’8 al 10 novembre.
Lo spettacolo inizia in una sala d’attesa di uno studio medico, mentre alcune persone aspettano di parlare con il medico. Qualcuno legge un depliant dei trattamenti applicati dallo studio, qualcuno risponde al telefono, qualcun altro è nervoso, ansioso e pensieroso. Ognuno ha in mente la propria vita, le vicissitudini e le storie che lo attendono all’uscita della sala d’attesa. Quante storie esistono al mondo, quante esistenze si perdono a cercare una ragione, un motivo per qualcosa di cui non si conosce veramente l’origine!
Un matrimonio finto fatto solo di bugie e segreti che fanno vacillare la donna che non si è mai amata, come un lampadario sotto la forza di un terremoto che arriva all’improvviso.
Insicurezza e dolore per un’esistenza impacchettata da un involucro fatto di doveri e parole che feriscono, tradiscono e fuggono ogni volta che i personaggi cercano di afferrarle: si infrange ogni tentativo di poterle analizzare.
E poi c’è una prostituta, una escort come qualcuno vorrebbe chiamarla, una di quelle che lo fa per mestiere, forse con un po’ di senso di colpa e rassegnazione, ma lo fa. Dona il suo corpo per qualche ora e poi scappa, scompare. La sua bellezza è in vendita, ma non la sua dignità. La separazione del corpo dall’anima le costerà qualcosa, ma non rinuncia ad essere ciò che vuole.
E poi c’è una donna che si ribella, urla e si dimena contro un finto amore, un uomo che vive al di là della sua vita. Questa donna si fa portavoce di ogni donna che soffre a causa di un uomo che si sottrae alla sua presenza, fingendo di viverle accanto senza mai penetrarla con lo sguardo, senza mai comprendere quale natura divina si trova accanto.

La passione, l’amore, il dolore, l’inettitudine, il desiderio di condivisione sono gli elementi di cui le storie che si intrecciano vengono infarcite, un perfetto miscuglio di vite trascinate nel baratro dei sentimenti scombinati.
Bravissimi tutti gli attori nel raccontare ed esprimere storie ordinarie, reali come un vetro che separa la felicità dalla disperazione.
Beatrice Aiello, Camilla Bianchini, Giulia Chemeri, Anna Colautti, Riccardo Petrozzi, Alessandro Calabrò e Francesca Mazzoleni hanno coinvolto il pubblico con dialoghi e battute, con la passione del tango e la complessità di ogni storia rappresentata e accompagnata dai video curati da Francesca Mazzoleni.

Eva Di Tullio

 


Mater


4-12 materLa Compagnia Alambistas, dall’ 11 al 13 novembre, ha accolto il pubblico del Teatro Due Roma con tre monologhi di Aldo Nicolaj: “Mater certa, pater…”, “Mater amorosa” e “di Mamma ce n’è una sola”.
Abilmente messi in scena da Valeria Berdini e Laura Squarcia, i testi del drammaturgo italiano hanno messo in luce il binomio mater-femmina estremizzando le figure di entrambe, caricandole di ironia.
La sala non è ancora completamente buia che una sposa, di bianco vestita, fa il suo ingresso urlando a squarcia gola di essere incinta. Ma di chi? Questa è la grande domanda. Chi potrebbe essere il fortunato che avrà il privilegio di crescere questo figlio? Tanti sono i candidati e molti non proprio adatti al ruolo, ma la memoria della sposa viene un po’ meno in questo primo monologo, fino a che a sorpresa si ricorda che probabilmente il futuro padre è proprio l’attuale marito.
Nel secondo monologo: “Mater amorosa”, una giovane mamma porta il suo dolce Gianferdi (o Gianferdinando, per chi ha tempo di dire tutto il nome) al mare per prendere un po’ di sole e giocare con altri bambini. Tuttavia la mamma è un tantino apprensiva e il suo Gianferdi, con maglione di cachemire e scarponi vestito, non trova così divertente il mare e i giochi sulla spiaggia.
Nell’ultimo atto unico madre e figlia si raccontano nelle vicende di crescita, spesso scambiandosi i ruoli e confondendo lo spettatore su chi sia realmente la madre e chi la figlia.

Le due attrici, entrambe con un curriculum di tutto rispetto, dirette da Elisabetta De Vito e Ciro Scalerai
(entrambi attori e registi con alle spalle collaborazioni importanti con G. Proietti, Pupi Avati, E. Crialese, U. Tognazzi o C. Verdone solo per citarne alcuni), portano in scena i tre monologhi di Aldo Nicolaj, scandagliando i vizi e le caricature di una donna che diventa sposa, madre, a volte anche sorella producendo personaggi da non prendere ad esempio, ma che spesso costituiscono l’emblema di una buona famiglia tradizionale.
La Compagnia Alambristas nasce dall'idea di un percorso: Valeria e Laura si conoscono nel gennaio 2011 in occasione dello spettacolo Controvento, dove decidono di camminare insieme, in bilico... “Siamo alambristas, funambole, in bilico, in una continua ricerca di una forma in cui non cristallizzarsi, in continuo disequilibrio per sentire nel cuore e nell'anima la spinta, il respiro verso quell'infinito che ci spaventa e allo stesso tempo ci nutre”.

Manuela Tiberi




Adesso?


Pascali Stefania 2Al Teatro Due di Roma dal 15 al 17 novembre è andato in scena Adesso, 1 anno 6 mesi 6 giorni 13 ore 15 minuti, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Stefania Pascali.
Anche la donna più forte e coraggiosa, più sicura e determinata, può avere dei momenti di titubanza o defaillance davanti alla perdita di un amore grande. Così Agata, alle prese con il trasloco di casa, riflette su se stessa e sui suoi cambiamenti dal momento in cui il suo Francesco ha preso un’altra via.
L’aiuto di uno psicologo e di un maestro yoga hanno fatto miracoli su di lei facendole apprezzare ciò che ha rispetto a quello che ha perso, ritrovando l’armonia del corpo e, ben più importante, della mente.
Tuttavia una sola chiamata riesce a buttare di nuovo nel baratro la protagonista, venendo a sapere che dopo poco più di un anno da quando si sono lasciati Francesco ha trovato una nuova compagna con cui convolare a nozze. Se non è riuscita ad inquadrare la sua vita nel migliore dei modi possibili, cercando di mettere tutto apposto, Agata allo stesso modo non è riuscita a sistemare il disordine dentro di sè.
Ciò che deve fare ora è ritrovare Francesco e forse definitivamente dirgli addio, o forse semplicemente sentirselo dire da lui. Mettere una fine a questa storia, e andare avanti. Traslocare così definitivamente in un’altra storia, un’altra vita. La decisione e la sicurezza tuttavia vengono meno davanti a quello che ancora è l’oggetto del desiderio, o forse semplicemente di quella che ormai è un’ossessione ed Agata troverà un finale alla sua storia decisamente tragico.

Stefania Pascali, qui alla sua prima prova da autrice e regista, dimostra di riuscire ad intrattenere il pubblico per un’ora di monologo senza mai annoiare, scuotendo l’interesse non solo verso il finale del dramma, ma, soprattutto, verso il percorso che la protagonista ha fatto per giungervi.
L’attrice, autrice e in questa piece anche regista, ha dietro di se un curriculum di tutto rispetto: nel 2005 si è diploma alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, per poi laurearsi nel 2009 in Arti e Scienze dello Spettacolo all’Università Sapienza di Roma. Ha partecipato a diverse produzioni, tra le quali Enrico V (regia di Massimo Mesciulam), Holy Day, Morte di un commesso viaggiatore e Svet (regia di Marco Sciaccaluga). Ne Il nome di Gesù, accanto a Paolo Bonacelli, è stata diretta da Andrea Liberovici e in Studio per un Riccardo III da Mario Jorio.
A breve uscirà anche un suo libro. Un’attrice dunque completa che sa calarsi nel personaggio, nell’autore del testo e sa scendere dal palco per studiare luci, suoni e interpretazione al fine di ottenere uno spettacolo godibile e di buon livello a 360°.

Manuela Tiberi



Sister, Cousin, Aunt
chiude la rassegna
 

4-14 sister-cousin-auntReduce dal successo ottenuto al New Theatre Festival della Wake Forest University della Carolina del Nord nel 1997 e dopo aver ottenuto il premio come migliore testo al Samuel French Award nel 1998, è stato presentato al Teatro Due Roma lo spettacolo Sister, Cousin, Aunt di Dave Johnson, un evento che rientra nell’ambito della rassegna Sguardi S-velati: punti di vista al femminile, di cui vi stiamo parlando in queste ultime edizioni del MArteMagazine.
Lo spettacolo, andato in scena dal 18 al 20 novembre 2011, si è avvalso in questa edizione italiana della regia di Laura Caparrotti, registrando un successo che ci piacerebbe vedere di nuovo.
Uno spettacolo intenso e bene interpretato dalle protagoniste della storia, Lydia Biondi, Laura Caparrotti e Giulia Adami, le quali hanno descritto la vicenda di tre donne, legate da radici famigliari e affettive, tre donne che vivono sotto lo stesso tetto, condividendo ansie, paure, emozioni e fallimenti.

Jackie, Louise e Marta vivono nella loro casa nel South Carolina e aspettano il ritorno di due uomini, Jimmy, fratello di Marta e nipote di Jackie e Louise, e Roman, fidanzato di zia Louise, i quali sono in ritorno da una missione come marines che li ha portati lontani da casa per troppo tempo.
La trama ruota intorno al rapporto tra uomo e donna, un confronto che in questa storia si innesta intorno al concetto di attesa, il quale si esprime attraverso gli stati d’animo delle protagoniste, i loro preparativi, i fremiti, le aspettative di cambiamento, le speranze e le illusioni che ben presto vengono tradite.
Marta è l’adolescente orfana che guarda al mondo con gli occhi curiosi, ha sete di sapere e voglia di innamorarsi, è felice per il ritorno di suo fratello, quel Jimmy un po’ violento che non sa supplire alla mancanza dei suoi genitori; zia Louise è la realista delle tre, parla di futuro, di matrimonio e nutre speranze senza però staccare mai i piedi da terra. È bella zia Louise, pensa al suo Roman che sta per riabbracciare, nell’alto della sua delicata esperienza di vita sfoggia parole di conforto per la piccola Marta e per Jackie, la pessimista delle tre donne che vive con il ricordo di una infanzia trascorsa in preda alla violenza, quella paterna che riaffiora a distanza di tanto tempo nei suoi ricordi, nelle sue parole sempre tese verso un’estrema visione della vita priva di fiducia verso gli uomini.
Nei loro dialoghi, nelle loro conversazioni si sente il sapore amaro di una vita spesa in solitudine, nell’attesa dell’arrivo di un’emozione, di un uomo. La loro solitudine è talmente forte, così tangibile che nella parte finale dello spettacolo sembra quasi che si invertano i loro ruoli: l’ottimista, la realista e la pessimista si confondono, si trasmettono le emozioni a vicenda, proprio quando l’attesa viene di nuovo tradita, scandita da una tragedia che rimane seppellita nel cuore di ognuna di loro.

Sister, Cousin, Aunt è uno spettacolo che lascia a bocca aperta per la bellezza delle emozioni, per il modo in cui queste vengono trasmesse agli spettatori, per la storia raccontata dalle tre brave attrici, una storia che non ha confini di tempo e né di spazio, e che ha un sapore triste e veritiero.







Letto 3520 volte Ultima modifica il Giovedì, 24 Novembre 2011 09:12