Martedì, 16 Novembre 2010 10:08

Bar…Lume: il testo è servito

Scritto da Francesca Paolini
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[TEATRO]

logo_polliceROMA- C’è una piccola ma significativa realtà a Roma che ha sintetizzato due passioni squisitamente italiane: l’arte del teatro e quella della cucina, per dare vita ad uno spettacolo interessante, profondo e niente affatto “indigesto” – è proprio il caso di dirlo -  anche per il pubblico meno avvezzo al teatro.

Bar… Lume- degustazioni a book aperta è un progetto diretto da Vincenzo Stango che dispensa testi teatrali, letterari e cinematografici come pietanze servite al pubblico nella formula aperitivo o come vere e proprie cene. Ma attenzione: in queste serate non riempirete i vostri stomaci, piuttosto il vostro spirito.
La prima cena del Bar…Lume di questa stagione è stata servita l’ultimo venerdì di ottobre presso la libreria del Teatro India, appuntamento che si ripeterà in questo stesso luogo ogni mese.
Un aperitivo precede il pasto principale: tra gli scaffali inizia ad aggirarsi un quartetto di camerieri che offrono ai presenti una varietà di stuzzichini. Sono foglietti colorati che racchiudono ognuno un brano tratto da un libro o un film o un’opera teatrale. Così in ogni angolo della sala gli attori recitano per un pubblico ristretto di una o tre- quattro persone, creando un’atmosfera giocosa e divertente grazie all’interazione diretta. Dopo esserci abbuffati di finger food, per la precisione citazioni da Flaiano, Tutto su mia madre, Zelig e un po’ di frutta con Arancia Meccanica, il personale ha fatto accomodare i commensali in sala per la cena, servita su tavoli apparecchiati con tanto di menù del giorno.
In scena una cucina in cui i cuochi-attori (Cristina Pedetta, Francesca Gamba, Daniele Paoloni, Michele Bevilacqua) recitavano mentre erano affaccendati ad impastare, pelare e affettare pagine di testi. Iniziamo con un antipasto di mare, le animelle Bariccate, che prevedeva la recitazione di un brano tratto da Novecento di Alessandro Baricco e uno da La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore.
Un campanello segna l’arrivo di una seconda portata: cuoricini di aringa alla Woody. Ingredienti: DSCF0001Guerra e pace di Tolstoj  incorporato ad un Amore e guerra di Allen.
Il pasto-spettacolo è proseguito con quattro differenti primi: pastellato di riso alla veneziana (Morte a Venezia, film e romanzo), Mezze maniche alla Dacia (Maraini- De Palma), fantasia di bosco al cartoccio (Il profumo di Suskin e l’omonima pellicola di Tykwer) per terminare con il pasticcio di nasello alla Bergerac, i cui ingredienti Cyrano de Bergerac romanzo e film sono risultati sicuramente i nostri preferiti.
Per secondo abbiamo optato per un soufflé di cervello fritto con germogli, un audace esperimento che univa il capolavoro di Mary Shelly Frankestein con un mix di film da autori vari. Un gusto ardito ma convincente, in cui il monologo del celebre mostro è stato il momento più toccante che ha fatto riflettere sulla diversità pur in un contesto “leggero”. A seguire un flambé Flaiano per i più filosofici e una scelta di dessert finale, terminando con un amaro Chaplin: Il cinema è solo una moda passeggera. È il dramma in lattina. Il pubblico vuole vedere storie di carne e sangue rappresentate in palcoscenico.

Lo spettacolo è risultato ben costruito e bilanciato. Il parallelo teatro-ristorante è stato mantenuto nei minimi particolari, fino all’intrusione di uno zingaro (Alessandro Sessa) che, prima con tre rose e poi con una chitarra ha cercato di raccimolare qualche spicciolo dal pubblico. La recitazione degli attori è stata impeccabile e animata da un ritmo che non ha mai subito flessioni. Questo, unito ad una felice scelta dei testi-ingredienti, ha reso lo spettacolo perfettamente fruibile e divertente, ma mai di una comicità superficiale. Come già è stato ricordato, il monologo tratto da Frankestein è stato il momento più intenso realizzato, tra l’altro, con un efficace escamotage tutto teatrale. La scena precedente, infatti, terminava in una zuffa in cui l’attore che poi avrebbe recitato la parte del mostro si è visto finire in faccia un impasto appiccicoso. Così la sua diversità era accentuata dall’impiastro che gli colava pian piano dal viso, deturpandolo simbolicamente.
All’interno di questo contesto, la chiave di volta è stata rappresentata sicuramente dall’inclusione degli spettatori nella rappresentazione stessa, poiché il pubblico in fondo non ha fatto altro che recitare la parte del cliente di un ristorante. Niente di meglio per catturare l’attenzione e aprire lo spettatore alla magia ludica del teatro.
Ve lo abbiamo raccontato, ma il sapore di una pietanza non può essere spiegato. Questo è cibo per la mente: assaggiatelo…

Francesca Paolini

Letto 3056 volte Ultima modifica il Martedì, 16 Novembre 2010 10:17