Martedì, 27 Gennaio 2009 22:11

Stravagante stravaganza

Scritto da Ambra Postiglione
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[TEATRO]

Per cinque serate, dal 21 al 25 gennaio, il palcoscenico del Rialto Sant’Ambrogio è stato il regno de La Stravaganza, spettacolo con cui la Compagnia Psicopompo ha segnato il debutto nazionale dell’autore argentino Rafael Spregelburd.
L’opera rappresenta il secondo capitolo dell’Heptalogya de Hieronymus Bosch - ispirato alla tavola dei sette vizi capitali del pittore fiammingo – in cui il drammaturgo propone una rivisitazione della cartografia morale cattolica, sostituendo ai peccati della tradizione quelli ritenuti più rappresentativi della società contemporanea: L’Inappetenza, la Stravaganza, la Modestia, la Stupidità, il Panico, la Cocciutaggine e la Paranoia.

Lo spettacolo – diretto da Manuela Cherubini – si presenta come un dialogo giocato intorno alle tre gemelle (Maria Streghe, Maria Aiuto e Maria Ascella) che si interrogano per scoprire chi di loro sia stata adottata e consentire, quindi, alle due figlie legittime di affrontare la malattia ereditaria che ha condotto la madre alla morte.
Pur essendo l’unica garanzia di salvezza, l’estraneità biologica si trasforma nel dramma esistenziale della fortunata figlia adottiva che, lungi dal godersi il privilegio della non – appartenenza, simula di condividere il destino e la sofferenza delle sorelle.
La famiglia diviene così un prototipo problematico di società, un concetto perturbante che disturba la trasmissione di Maria Ascella proprio nel momento in cui si domanda “perché pensare che una famiglia sia il modo migliore di organizzare i corpi nello spazio?”.

Le tre protagoniste, interpretate tutte da Simona Senzacqua, costruiscono un anti - monologo spezzato e complementare che tuttavia fatica a ricompattarsi in una linea poetica omogenea. L’indubbio talento dell’interprete, infatti, è messo alla prova da un testo che stenta a decollare, caratterizzato da un’estenuante lentezza che diluisce, involontariamente, la potenziale carica emotiva.
La costruzione del complesso soliloquio si avvale di un uso speculare della scena, in cui il telefono funziona come elemento di raccordo tra gli universi di due delle sorelle mentre la terza – presente attraverso la proiezione in video – scandisce l’avanzamento temporale della vicenda aiutando lo spettatore a seguire i percorsi delle domande e delle risposte, da un capo all’altro della cornetta.
Una colonna sonora decisamente originale, realizzata attraverso un incontro di vocalità tribali ed ossessive, contribuisce ad incorniciare il quadro in una dimensione psicotica ed inquietante, colmando – almeno in parte - le lacune comunicative del dramma.

Letto 1487 volte Ultima modifica il Sabato, 25 Aprile 2009 13:04