Martedì, 30 Novembre 2010 12:08

GEZZ, Generazione Jazz

Scritto da Emiliana Pistillo, Edyth Cristofaro, Valeria Loprieno
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[MUSICA]

Generazione_GezzROMA- Per la 34a edizione del consueto appuntamento all’Auditorium per il Roma Jazz Festival si è scelto di presentare la nuova generazione del jazz italiano: incoraggiare i giovani e offrire loro strumenti e opportunità, è il motto del 2010.



Giovanni Guidi e The Unknown Rebel Band


0_014Apre il Gezz, Generazione Jazzdall’11 al 30 novembre – una delle formazioni più interessanti e brillanti in campo, la The Unknown Rebel Band, un progetto che il pianista Giovanni Guidi, da quasi due anni, sta portando sui palchi. Si tratta di un tentetto di puri talenti, parte integrante di quella rivoluzione jazzistica italiana che cerca aria nuova.
Si abbassano le luci e sul palco della Sala Sinopoli, l’11 novembre, non entrano attempati maestri dall’esperienza marchiata dalle rughe. Entrano giovani, in jeans e tshirt colorate. Riusciranno a tenere incollato e ipnotizzato il pubblico per un’ora e mezza.
Dalla “Freedom Suite” di Rollins al chiaro omaggio alla Liberation Music Orchestra, ai lavori di Carla Bley e al “We Insist! Freedom Suite Now” di Max Roach. È così che l’idea di Giovanni Guidi prende forma e incrocia le tradizioni popolari delle idee “ribelli” dei grandi movimenti, fanfare, compostezza orchestrale unito ad uno squisito free jazz. Un progetto in cui si dimostra l’attualità dell’ideale di liberazione, ma che allo stesso tempo vuole tenere viva la memoria, essenziale coscienza da cui si sviluppa il futuro.
Non ci sono protagonismi. Tutti i musicisti hanno lo stesso spazio, sotto lo sguardo serio di Guidi che non primeggia la scena, ma coordina il tutto con l’estrema passionalità che lo distingue.

La mano è inizialmente agli ottoni, uno schieramento di prima linea composta dall’esplosivo Mauro Ottolini (trombone), Mirko Rubegni e Fulvio Sigurtà (tromba), Dan Kinzelman (sax tenore), Daniele Tittarelli (sax contralto e soprano), David Brutti (sax basso e baritono). Cominciano con una specie di marcia trionfale, o una sorta di chiamata alle armi, con il pezzo dedicato al famoso ragazzo sconosciuto della piazza di Tienanmen che si trasforma in delicato swing. Si raggiungono anche atmosfere più pesanti, recuperate da improvvisi sbalzi di temperatura. Un po’ come le proteste che esplodono, si affievoliscono, generano tristi conseguenze ma che poi riescono a guardare avanti.
Dopo soli sette minuti Guidi si presenta in modo ufficiale ipnotizzando il pubblico, prendendolo prima con le buone, per poi costruirci intorno un vorticoso incastro di arpeggi e tasti che, alla percezione, si confondono. Una tela che presto si ingarbuglia alle spietate percussioni di Michele Rabbia, e poi2 agli ottoni che sfociano in psichedeliche fanfare.
Durante il concerto si passa dai riferimenti alla primavera di Praga nella dolce “Prazske‘ Jaro”, si alternano intensi assolo. Il caos sul palco si conclude, gli ottoni si abbassano insieme ai musicisti e danno pieno spazio al contrabbasso di Giovanni Maier, prima, ai rumori e ai giochi che un magistrale Michele Rabbia, poi, tira fuori come da un cilindro magico. Sbatte, scuote, dà vita a qualsiasi cosa, anche alla carta stagnola. È da queste follie che si passa a suonare di quelle che la lotta per la Legge Basaglia aveva spazzato via. Si sente una banda dissonante e strampalata. Poi è il momento della batteria di João Lobo.

Si sono alternati momenti di estremo divertimento a quelli di viscerale emozione. Si è raccontata la storia di ribelli sconosciuti, quelli a cui non sapremo dare un volto, ma forse un suono sì.
Il bis ci regala uno splendido assolo di Giovanni Guidi che, poi, accennando il motivo di “Sono Sethu Ubumnyama” invita tutti gli altri strumenti a prendere posto e a seguirlo. In un crescendo di personalità musicali che si aggiungono man mano, riuscendo a ricreare una perfetta sensazione di ricostruzione, quella che rigenera, appena dopo lo sconforto per una battaglia persa. È il sapersi rialzare di chi lotta per la libertà. Credo sia soprattutto quello il messaggio di questo progetto.
Ci salutano con un motivetto che sentirò canticchiare da tutti uscendo… That’s all Gezz!

Emiliana Pistillo


  

Maria Pia De Vito: electronic jazz sound


MariaPiaDeVitoCantante, compositrice ed arrangiatrice, con un passato di canto lirico e contemporaneo alle spalle, Maria Pia De Vito inizia la sua attività concertistica nel 1976 come cantante e strumentista (plettri, percussioni, piano) in gruppi di ricerca su musica etnica, in particolare mediterranea e balcanica.
Dall'80 è attiva in campo jazzistico, collaborando con artisti quali Kenny Wheeler, John Taylor, Ralph Towner, Joe Zawinul, Michael Brecker, Dave Liebman, Miroslav Vitous, Joshua Redman, Cameron Brown, Billy Hart, Elliot Ziegmund, Gary Bartz, Steve Turre, Enrico Rava, Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi, Giorgio Gaslini, Bruno Tommaso, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e molti altri.

Ciò che più colpisce in lei, è l'incredibile sensazione di completezza oltre i limiti imposti dalla tendenza di mercato, con cui la De Vito interpreta e analizza l’universo musicale e sonoro nelle sue infinite possibilità. Dietro ad una voce profondamente melodica, ma liberata da ogni cliché stilistico, evoluta fino all’inverosimile studio delle sonorità più disparate, c'è un lungo lavoro di paziente affinamento e di progettualità latenti e future in cui sembra evolvere la direzione del jazz visto alla De Vito maniera. Un jazz unico e moderno, rivisto e elettronicamente e “sporcato” dai suoni.
Questo il jazz che è stato presentato all’Auditorium Parco della Musica lo scorso 20 novembre nell’abito della rassegna GEZZ- Generazione Jazz con il progetto Mind the Gap.

Il gap nominato è quello spazio, quella frattura, quella sospensione tra due momenti, l'esitazione tra un pensiero e l'altro, tra due emozioni, tra due strade che si aprono, ma che nello stesso tempo si intrecciano in modo tenace. E sono spazi aperti, nodi allentati quelli che si avvertono nei brani presentati, già dalla title track che è anche l’apripista della serata. E da questa, tutta una collezione di brani che parlano di quello iato che c’è tra le cose che facciamo e come ce le raccontiamo. Di quel vuoto che percepiamo quando non sappiamo cosa fare, l’incertezza intima di fronte alle decisioni. Da questo punto di vista si interpreta  in un modo ancora infinitamente diverso “If six was nine” del compianto Jimi Hendrix. Vanno chiuse porte, altre vanno aperte (“Opening doors”) , separarsi dalle M.Pia-de-vitoconsuetudini collose del nostro gestire quotidiano, quasi in autoipnosi.
Dice la stessa Maria Pia: "Vivendo il gap, osservandolo dall’interno, in quello spazio si genera la tensione creativa. Come disse, tra gli altri, il profetico Mc Luhan, dicendo che nella società televisiva l’individuo rimane molto più affascinato dalla propria immagine riprodotta che dal suo proprio essere, in una nuova forma di Narcisismo. “Zoobab De Ouab” è un tale che si innamora a tal punto del suo io “fittizio”, prodotto ad arte, da volersi vedere in tutte le pubblicità, quotidiani, riviste, televisione”.
Questo il male di vivere della società che si costringe a vivere relazioni che non riconosce, sulla cui natura si equivoca (“Song to the siren” di Tim Buckley).
Un percorso storico, sociale, personale sul quale interrogarsi. Il jazz è sperimentazione, ma è anche espressione profonda, evoluzione del sé, in uno spazio in cui si genera una tensione creativa importante e fondante. E così, brano dopo brano la cantante napoletana esplora tutti i significati da lei attribuiti al “Gap”, accompagnata da un fantastico Francesco Bearzatti al sassofono, da Luca Equino alla tromba, Claudio Filippini al pianoforte, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Walter Paoli alla batteria.
Tutto in una serata un po’ jazz o forse un po’ GEZZ, come si scrive oggi l’evoluzione della musica dell’anima.

Edyth Cristofaro
Foto di Marco Casino



Puglia Sounds… better


raffaele_casaranoUna grande festa gratuita dalle 17 all’ 1 di notte ha animato gli spazi dell’Auditorium sabato 27 novembre. La Gezz Night, degna chiusura di un bellissimo e seguitissimo Roma Jazz Festival, in collaborazione con Puglia Sounds, ci ha catapultati in Puglia tra la sua musica, i suoi sapori e le sue energie.
Che in questa regione qualcosa stesse cambiando lo si era avvertito da un po’ di anni ormai. A livello politico, culturale, ambientale e artistico il fermento è evidente, prorompente, degno di una terra paesaggisticamente bellissima, carica di storia e di energie ancestrali. Una forte spinta a questa nuova rinascita pugliese passa proprio dal programma per il sostegno e lo sviluppo della produzione musicale della Regione Puglia, denominato appunto Puglia Sounds. Un sistema attraverso il quale i giovani musicisti pugliesi hanno la possibilità di produrre, distribuire e far circolare la loro musica con più facilità e più mezzi, grazie ad interventi economici e gestionali.
Per l’occasione si sono riuniti cinque dei migliori giovani jazzisti pugliesi che sotto il nome di New Jazz Generation Puglia Summit hanno deliziato gli spettatori della Sala Studio con un concerto di composizioni originali. Capitanati dall’alto sassofonista della provincia barese Gaetano Paritpilo, il quintetto vantava tra le sue file i baresi  Mirko Signorile al piano e Fabio Accardi alla batteria, e i salentini Raffaele Casarano ai sassofoni e Marco Bardoscia al contrabbasso.

Il live set è stato aperto da “Nair”, una bellissima composizione del pianista barese, già conosciuto Mirko_Signorileper il lirismo dei suoi pezzi, che ci ha fatto entrare in modo delicato e sognante nel mondo musicale del quintetto. Da questo primo inizio si è stati invece catapultati in atmosfere più rock col secondo pezzo di Casarano, “Replay in Salento”. Il terzo brano è invece firmato da Bardoscia, “Peace”, una bella ballad in stile Meldahu. Neanche il tempo di lasciarcela alle spalle e subito si è cambiato con il pezzo di Partipilo, “Audio De Fragment”. A riportare atmosfere più pacate e melodiche ci ha pensato il pezzo “Whispers in An Autumn Rain”, di Accardi.
Ma è con il brano, “For A Film”, che si è raggiunto un momento di bellezza assoluto. Scritto da Signorile per un film ancora da trovare, i cinque musicisti ci hanno trasportato con un’energia vorticosa, il dialogo tra i sassofonisti è stato impeccabile, i soli di Partipilo e Signorile sono stati forti e struggenti, la ritmica incalzante, pungente e precisa. Si sarebbe voluto che non finisse mai, ma il brano si è concluso e anche il concerto è giunto verso la conclusione, questa volta non con una composizione originale, ma con un riadattamento di un pezzo del grande sassofonista Jackie Mclean, “Mode for Jay Mac”.

fab6Un concerto in cui si è apprezzato, oltre alle già note capacità tecniche dei musicisti, la varietà degli stili delle composizioni che non hanno permesso di adagiarsi, varietà che ha messo in risalto anche le capacità e il timbro compositivo di ogni musicista. E’ stato un bellissimo momento di musica che ha racchiuso in sè tutta l’energia e il sapore del tacco d’Italia, un sapore agrodolce, un energia forte e comunicativa.
Per concludere la pugliesità della serata, il popolo romano approdato all’Auditorium ha potuto anche godere di un dj set del produttore e musicista barese Nicola Conte, reduce da uno dei suoi tanti tour giapponesi.
E quindi non ci rimane che dare l’appuntamento all’anno prossimo per il Jazz Festival della Capitale, ringraziando l’Auditorium per l’alto valore musicale che riesce sempre a portare nella nostra città!

Valeria Loprieno

Letto 2687 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Novembre 2010 12:30