Sabato, 14 Maggio 2011 08:41

Er mitraja, la follia, il calcestruzzo

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il7I Fermata 93 sono: il cantante perso, il chirurgo (??), er mitrajetta, il bassista coatto ed il biondo, (questi i nomignoli che si assegnavano negli album fotografici del loro myspace nel 2009) e in alcune foto “se la scoattano” visibilmente perchè ormai decidono loro dove sarà il capolinea e quando far ripartire il carroz-zone.


Partiti da una riunione di quattro ore in cui si arrovellarono per stabilire il nome del gruppo, e pervenuti alla decisione che loro erano quello che facevano ed i posti che bazzicavano, hanno conseguentemente nominato Fermata 93 la loro squadriglia perchè era come se il gruppo ci Fermata_93fosse sempre stato, come se li avesse sempre aspettati per imbarcarli a bordo prima di vederli partire verso casa o verso la scuola, o verso una lunga tournèe intercontinentale, come è ancora più probabile adesso che hanno partorito un disco tutto autopartorito; un disco che a dei ventenni, per quanto arrabbiati, appare un piccolo miracolo che però “L’Italia lo vuole”, come spiega loro sul campo da basket un sacerdote… della musica, Paolo. E’ amicizia tangibile, è una lezione di condivisione, è tanti messaggi impegnati da lanciare a ragazzi più distratti di loro! La resa live di “Gabighetto”, testimoniata da un video su Youtube, è ottimale: il vocalist sembra un capo-popolo e snocciola con sfrontatezza i versi, il ritmo è inarrestabile e ogni tanto je parte de mitraja mentre la chitarra solista ci sparge sopra assoletti e riff sonori di protesta a go-go, che costituiscono il “core” melodico di questi sfoghi logorroici in musica contro chi ci aggroviglia le budella con le sue simpatiche trovatine ad personam. Nel 2009 s’appoggiavano su YouTube perchè reggono la scena ed il confronto con altri rapper tipo Fabri Fibra gasandosi come sciamannati: “Gioia maledetta” – un pezzo contro l’abitudine di rimpinzare di pasticche di psicofarmaci i ragazzini appena rovesciano qualche banco a scuola o hanno deficit d’atten-zione durante l’ora di chimica (“Guarda come corre; dagli una pasticca, e se non se la smette, mollagli una stecca!”) – viaggiava intorno alle 670 visualizzazioni e l’obiettivo era quota 1000, raggiunta la quale – ora sono a 1413 – i guadagni per i Fermata 93 sono divenuti tanto elevati da permettere loro di pagarmi anche due mesi di ferie a Formentera. Attualmente sul myspace sono presenti altri brani: “Dubbi” è costruita sull’ arpeggio elettrico e sul titolo che si ripete, ogni volta lasciando strada ad un esempio doloroso, dal conto dal meccanico al sesso, dal futuro alla politica, ed il ritornello è un’apertura che si fa largo a fatica, sofferta, tra il niente che ci assedia e cerca di rubarci “il calore che ho dentro”, mentre procediamo “negli occhi della gente, viaggiando costantemente controcorrente”. La tastiera in modalità human chorus sbandiera l’afflato etico, la ricerca della integrità oltre Fede e la fede, e prepara il terreno per l’assolo dell’elettrica, ben “storto”, lancinante, puro rock di quello teso, con sonorità avvincenti, avviluppate nell’effettistica elettronica, che mantengono l’orgoglio di essere “vero” al di sopra di “questo cielo spento”. In “Principessa sotto cassa”, pur tra le perplessità di una vita che sembra “una rissa”, l’amore messo in pericolo dal masochismo di lei (la ketamina, l’abbattimento, gli atteg-giamenti scostanti), si fa largo come una schietta ballad nel cuore di chi ascolta la musica che stressa per-ché esacerbato dal rumore del malessere sociale, e la chiave per uscirne è affidarsi alle cose giuste come l’andamento rassicurante del ritmo e la chitarra sagace e morbida, e farsi portare dal saggio rapper a rimor-chio del suo sorriso, un’altra risorsa da non perdere. “Over 70” inizia con un giro di basso blues, poi ripreso dall’abrasiva chitarra che rumina rock anni 70 su un brano che non si accanisce sugli anziani tout court, ovviamente, ma su quella classe giurassica di governanti che, fascinosi, rifatti e con la crapa trapiantata, inquinano lo scenario nazionale (il bersaglio è Andreotti, ma oggi viene più che altro da pensare a… Rupert Murdock?). Il ritmo ha un passo pesantone, da punk ska battuto da un tirannosauro, e la voce come sempre è scanzonata, segmenta le frasi come vuole e qui ne fa tranci taglienti perché “gallina vecchia fa buon brodo ma qui stiamo esagerando”, non c’è ricambio politico ma una bella compravendita di poltrone: “tirano bamba, fumano gangia… e li puoi incontrare domattina al sexy shop”, magari per un regalino da fare alla neo-ministra. “Le voci nel microfono” è più serrata ed inquietante: “Vorrei Cossiga picchiato dalle amiche sue”; “lo stile dell’eretico” è questo, magari “lo porterà al patibolo per aver creato troppo panico”, la chitarra elettrica infatti crea echi su una sezione ritmica incalzante e corrosiva. In “Ho avuto tutto” la struttura è più com-plessa: nell’intro e nel ritornello fa ancora la sua comparsa la tastiera modulata in funzione vox humana, per poi lasciare spazio ad una ritmica chitarristica raggae mentre la voce ci intrattiene con considerazioni che vanno dall’azzardo della vocazione artistica tra consumismo e crisi eco-nomica, che ci lascia soli col nostro coraggio di rispondere con un rap-rock che appare autarchico e sfacciato.

Dei_Miei_Dei_2011Dei miei Dèi s’impongono d’autorità con la forza d’una ispirazione che attinge a quel quid che rende intoc-cabili e venerabili i loro Dèi; se poi loro traggono la loro idealità trascendente ed il loro ascendente sulle mas-se (degli ascoltatori) dallo sguardo critico e irriverente con cui contestano anche le più arcaiche divinità sca-vandogli fossati sotto ai piedi, questo non è dato sapere, tuttavia la loro carica esoterica è testimoniata an-che dalla lunghezza dei loro crini, che li rendono delle icone riconoscibilissime nel panorama indie tricolore. Sornioni a volte nell’atteggiamento dal vivo, ma di sicuro possenti nel sound tanto quanto fluidi nella scrittura musicale, i Dei Miei Dei con “Strano l’odore” stabiliscono con grinta ma anche con evidente fondazione di causa, che uno strippo olfattivo per il profumo d’una donna deve avere un sostegno di chitarra ritmica para-noico per poi trovare nei mirabili assoli un appagamento scostumato che può essere indizio della ricerca di un appagamento sessuale sublimato nella musica con incoscienza soda e virulenza esecutiva. L’energia, tinta dagli effluvi esoterici di forze atmosferiche misteriose, li rende introspettivi e potenzialmente filosofici per i rockettari meditativi con disturbi bipolari! Infatti, “Spazio intorno”, con un diagramma chitarristico geo-metrizzante elettrifica anche gli angoletti in ombra della stanza degli ospiti di questo rock accogliente, mor-boso ma non avulso da un certo classicismo, alla ricerca di “...mostruosità!” che si manifestano con uno squaglio sonoro di sei + sei corde senza l’utilizzo di crema emolliente per le dita; se questo è lo “spazio intorno” che questi musicisti cercano di ritagliarsi nell’indie rock più intenso e consapevole, non dubitiamo che anche gli addetti al loro impianto luci diventeranno presto celebri milionari orgogliosi della loro nevrosi produttiva. L’ardire e l’ardore di questi sacerdoti dalle “Ali di pezza”, che “rompe gli argini”, intenti come sono ad arroventare l’atmosfera come un ceppo tribale, va a provocare la furia degli stessi Dèi infidi a cui loro sacrificano zucchine ripiene. Le tessiture chitarristiche intrise di un basso presente, nerboruto e pensoso, formano barbagli di esoterismo cantati  in un italiano rauco e post-tribale. L’inciso di “Ali di pezza” riecheggia in un ambiente dalla consistenza di opale in cui “non c’è nulla di reale, non c’è”, il ritmo avanza in crescendo attraverso questa giungla di cristalli della follia non priva di assoli e distorsioni dionisiache fino ad eruttare una coscienza ulteriore ma sofferente che permette l’emersione in un mondo più consono e dinamico, sulla scorta della marcia percussiva rullante, che sfuma verso un’alba estenuata. L’annoiante realtà è stata rivitalizzata dalla sicurezza emotiva con cui è allestita la cerimonia delle visioni, mille leghe lontano dai ricoveri pigri dei riff omologati. Un po’ come accade con virulenza sagomata da pattern allarmanti in “Se la notte R”: “Follia a me! Ti sfido!!” E mentre noi approviamo con calore, le impalcature strumentali fumano, la voce trova echi di controcanti e stinge colori poco decifrabili,, la chitarra si arzigogola in spirali orien-taleggianti ossessive pur cercando di disperdere in rivoli le sindromi insane, ed il riff si scava ampie gallerie nella roccia ritmica, opportunamente variegata dal drumming sapiente. Quella che esprimono in modo vi-brante e compatto i Dei miei Dèi è una tensione allucinata, un pregnante groviglio epico che favorisce l’insor-genza di uno stress positivo ottimo per rinsaldare le orecchie dopo giornate di dura sopportazione di fastidi “discreti”. L’uomo che sussurrava ai cavalli non avrebbe cantato questi brani neanche ad un ronzino sordo per non comprometterne la trasmigrazione dell’anima, ma a noi che ce ne frega? Non vogliamo mica sfidare la follia sussurrando ai cavalli!

La Furia del Signor Banana al di là del nome pittoresco che promette scatti di nervi ed La_furia_del_signor_Bananairrigidimenti bellicosi di organi sessuali Chiquita, hanno edificato dei sistemi ad incastro organizzati in modulazioni psico-mecca-niche. “No way out” è un rock polveroso e strumentale che si inabissa in celle rugose per mostrare, a partire da una robusta chiave armonica a base di riff potente e grave di chitarra e punteggiamento incessante del basso, la claustrofobica alienazione del figlio di Bossi, finito in qualche modo a Guantanamo a farsi schiac-ciare le tibie: metafora senza via d’uscita di quelle culle dorate che a volte si ribaltano in gabbie senza spe-ranza quando uno è figlio d’arte e soffre la personalità di un’ingombrante papà celodurista. Ma il drumming elaborato e il conguaglio di deliri messo su dalla chitarra solista nell’impalcatura costruttivista alla fine si ri-vela solo come un brutto sogno: la Padania è salva! Anche “Folk” inizia come un macigno satanasso gettato nel fiume degli impedimenti psicologici, ma poi si scopre avere degli intermezzi più quieti, arpeggiati con ottima tecnica, come anche le sezioni più tonitruanti, d’altronde. La schizofrenia suggerita anche dal titolo incongruente è un gustoso power indie, terrificante ma molto ben “costruito” su cattedrali di fiele e progres-sioni tese e macinate da meccanismi imprescindibili dal dolore, che avanzano a scale superando gli scalini a tre a tre con passo di piombo salvo poi illuminare le contorsioni con cambi di ritmo e paranoie pesanti come incudini tagliate col tornio, che invece in “Expansion” si espandono in un corrugato clamore che curva e si dirama in corridoi di sotterranee perplessità sociopatiche, in cui la batteria ha il suo ruolo nel borbottare sommovimenti emostatici poi portati allo stato di risentimenti espliciti attraverso i piatti e il compulsivo rimuginio chitarristico sordo di vicende vecchie e seppellite a metà in una rassegnazione inefficace in cui la banana si piega a raccogliere la buccia annerita. A parte l’interpretazione suggerita dall’ottimo video diretto da Giorgio Amici, in cui la rossa protagonista “selvaggia” coglie in campagna una cuffia acustica pendente da un albero ed ascolta il rombo vigoroso che le visualizza una solitaria ballerina mentre lei segue il cavo elettrico fino ad individuare in un tetro casolare la fonte di cotanto sound da trincea schizoide, che diventerà per lei una flebo sonora forzata su un lettino da ospedale, noi diremmo che “Spring Roll” rispetto a “Expan-sion” è meno incatenato a piloni di calcestruzzo in movimento, ma piuttosto si divincola, con giri malati di chi-tarra solista, da un arpeggio ipnotico inquietante che ci introduce a pinnacoli di carne essiccata attorno a cui fissazioni allucinate si concatenano in spirali che creano una cortina di rimpianti acidi nel chiuso di impianti d’archeologia industriale in cui le sonorità magmatiche della furia del signor Banana echeggiano rigide, prima di stingersi, in chiusura del brano, come un velo di muschio portato in superficie sotto un rullo caldo di primavera artificiale, come suggerisce il titolo, che è di una logica rabberciata, adatta a tale riguardevole produzione. Tutto ciò induce senz’altro a stati di contorta soddisfazione!

il7 – Marco Settembre

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