Il documentario è il genere “minore” per antonomasia. Lo sport è il fratello scemo della cultura pop. Per questo molti cinefili, nerd e chi divora una serie dopo l’altra su Netflix, all’inizio avrà forse un po’ snobbato The Last Dance, la serie documentario che racconta l’ultimo anno dei Bulls di Michael Jordan, la squadra di basket più forte, più influente e più vincente della storia dell’NBA.

Tra i tanti consigli su cosa fare e vedere in questi giorni di isolamento, abbiamo fatto la nostra personale selezione di musei virtuali e archivi digitali da visitare da casa dal proprio computer. Di quelli italiani e quelli più conosciuti che stanno mettendo a disposizione i loro archivi e banche dati ne stiamo avendo notizia quotidianamente, per fortuna, direi. Questi sono musei che raccolgono collezioni speciali, quelli che si scoprono grazie alle dritte di amici che ci sono stati o dopo aver letto un piccolo articolo di consigli su una rivista di arte o di costume.

“Giusto la fine del mondo” è la storia autobiografica di Jean-Luc Lagarce, uno dei drammaturghi francesi più rappresentati di sempre nonostante la morte prematura. È proprio sulla malattia che lo strappò alla vita neanche quarantenne che ruota lo spettacolo di Francesco Frangipane che ha debuttato al teatro Piccolo Eliseo giovedì 13 febbraio. Il regista calabrese porta avanti il suo teatro fatto di interni soffusi, di tavole apparecchiate e di conflitti familiari, ma lo trasla su un livello diverso affidandosi a un autore unico nel suo genere, molto più concentrato sullo stile che sulla mera drammaturgia.

Per settimane si è parlato di Boycott Sanremo e, diciamo la verità, tutti avremmo voluto boicottarlo. Ma poi quando il martedì della prima settimana di febbraio, ogni anno, arriva il fatidico giorno, siamo in pochi a resistere alla tentazione di accendere la televisione e assistere al carrozzone carnevalesco che si svolge sul palco dell’Ariston da ormai settant’anni. L’ironia sta nel fatto che non lo abbiamo mai visto neanche quando i nostri genitori lo guardavano pedissequamente e ora ci siamo trasformati in loro e ci piace dirci che no, non è per la musica,

Che è possibile raccontare tematiche delicate con ironia e leggerezza ma senza sminuire la drammaticità degli eventi lo hanno dimostrato in passato film come La vita è bella e Train de vie. Ma il pluricandidato agli Oscar 2020 Jojo Rabbit di Taika Waititi decide di fare uno step successivo, sfruttando al meglio una delle armi più pericolose ma potenti che possiede un narratore: il punto di vista di un bambino. Jojo è un ragazzino decenne appartenente alla gioventù hitleriana sul finire della seconda guerra mondiale.

Bettino Craxi, padrone dell’Italia negli anni Ottanta, leader del PSI, colui che ha sfidato la super potenza americana di Reagan con l’episodio di Sigonella, in Hammamet è un uomo anziano, malato non solo fisicamente, ma anche e soprattutto di amore e rabbia verso il suo paese, contro chi gli ha voltato le spalle. Ci si aspetta di vedere un film che racconti i fatti politici, il contesto storico di un’Italia ormai lontana, ma il film altro non è che un’analisi profonda, a tratti angosciante, di una personalità tra le più complesse del quadro politico di quegli anni.

Nonostante sia stato distribuito nelle sale italiane dal 18 novembre, la maggior parte di noi ha visto questo film su Netflix dal 6 dicembre, si tratta di Marriage Story, in italiano Storia di un Matrimonio, anche se in verità il titolo più adatto sarebbe “Storia di un divorzio”. Raccontare un rapporto d'amore partendo dalla sua fine, o meglio dal suo fallimento: il film diretto da Noah Baumbach fa esplodere questa ambiguità fin dalla prima memorabile sequenza, un’incalzante e dettagliata presentazione dei due protagonisti e del loro contesto familiare attraverso la voce degli stessi.

C’è chi ancora si ostina a rinchiudere la proficua carriera di Renée Zellweger nella trilogia dedicata a Bridget Jones. Un successo clamoroso di pubblico e un personaggio simpaticissimo e iconico che però sminuisce il talento di un’attrice davvero speciale. Dopo il premio Oscar per il ruolo da non protagonista in Ritorno a Cold Mountain, ottenuto nel 2004 alla terza nomination consecutiva, sono seguiti 15 anni in cui la sua carriera sembrava essere stata consumata da progetti sbagliati e avventate operazioni chirurgiche.

Le storie più le raccontiamo più diventano vere e ci rendono ciò che siamo. Scary Stories to Tell in the Dark, film tratto dalla serie di libri di Alvin Schwartz, parte da un presupposto che non possiamo ignorare, soprattutto in un periodo in cui l’equilibrio tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Seppure il nuovo film diretto dal regista norvegese André Øvredal, habitué dell’horror, sia ambientato ben 50 anni fa, il quesito non cambia, anzi genera un parallelismo estremamente attuale tra due realtà politiche inquietantemente simili. Gli Stati Uniti di Nixon e del Vietnam e quelli attuali, di Trump, della Turchia e della Corea.

Scelto come film d’apertura della 14esima Festa del Cinema di Roma, Motherless Brooklyn è un film destinato a far parlar di sé, soprattutto per la presenza strabordante di Edward Norton in veste non solo di attore protagonista ma anche di sceneggiatore e regista. Nel mondo di Hollywood, si sa, Norton non è mai stato un attore facile con cui collaborare, a causa di un pessimo carattere e di un’inarrestabile smania di controllo. Non è infatti un mistero che il suo lunatico personaggio in Birdman (che gli è valsa la terza candidatura all’Oscar) sia ispirato proprio a lui. Dopo alcuni anni di latitanza dalla scena decide dunque di risolvere il problema a modo suo, producendo, adattando, dirigendo e interpretando un film letteralmente Norton-centrico che si ispira al bestseller di Jonathan Lethem.