Giovedì, 22 Settembre 2011 10:25

Natascia Raffio: ovviamente, credo nell’incredibile!

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In occasione dell’evento One Night Only Show, Natascia Raffio è tornata a Roma con una frangetta tinta di nero corvino, come i suoi vertiginosi tacchi a spillo. L’abbiamo ritrovata la mattina per scambiare una lunga chiacchierata e la sua capigliatura viola era intonata perfettamente alle ballerine sportive calzate con la medesima disinvoltura di un tacco dodici.


Eccola Natascia Raffio: fumettista e pittrice, diversa da tutto anche e soprattutto da se stessa. Il 2 luglio è stata l’unica data a Roma al Keaton Pub, per la presentazione dei progetti futuri della poliedrica Raffio che ha esposto una serie di quadri e il suo nuovo portfolio che raccoglie gli ultimi lavori in digitale e un pezzo unico tra le stampe in edizione limitata.

Sei nata e cresciuta a Roma, come mai l’hai lasciata per vivere a Pordenone?
È stato un caso e una scelta. Nel 2000 ho iniziato a navigare in un forum dedicato ai vampiri, e ho conosciuto una ragazza con cui non scambiavo dei semplici commenti, quello che scrivevamo raccontava una storia. Lei era di Pordenone. Ci siamo perse per qualche anno, quando ci siamo ritrovate, lei non aveva più la disponibilità di accedere a Internet e allora ci siamo scritte delle lettere. Nel frattempo io avevo concluso la scuola di fumetto e assieme a lei che si chiama Laura Pagan, ho scritto il mio primo fumetto, Dandelion (Il dente di leone, N.d.R.).  Sembrava che ci fosse un filo che mi unisse a quella città e l’ho scelta per viverci. Dovevo comunque stare vicino al bello e Venezia è a due passi.
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Prima dell’accademia del fumetto avevi già una tua produzione artistica?
Sì, ero tra le giovani scoperte di Mario Luglio Conti e Nicolina Bianchi. Sono stata notata durante una manifestazione artistica organizzata da Giuseppe Verri, scultore e, all’epoca, studente di ingegneria. Devo dire che farsi notare è stato facile. Tutto era vecchio! Noi eravamo le novità! Ho partecipato alla biennale Jubilaeum 2000, assieme a Silvia Faieta e Giuseppe Verri. In quell’occasione ho vinto il premio nella categoria disegnatori. Ma ti diverti a fare il bambino prodigio fino a un certo punto. In quel periodo mi sono resa conto che gli artisti migliori, o meglio quelli che mi colpivano di più, erano dei fumettisti e ho deciso che avrei imparato a raccontare storie con questo linguaggio.

Cosa comporta realizzare un fumetto?
Il fumetto è un lavoro lunghissimo. Si tratta di una sequenza, di un lavoro di immagine che segue un’a
ltra immagine ognuna complessa e ricca di particolari come se fosse un’opera unica. Ci sono delle storie che si possono raccontare solo con un fumetto. Le mie tavole sono così particolareggiate che è come se facessi diventare un quadro un fotogramma e il fumetto tutto il film.

Rispetto ai fumetti, dovendo scrivere delle storie per immagini e non raccontarle solo in un frame, non ti senti rapita dallo stesso racconto a cui dai corpo e amina?
Il punto è che io non ho ben presente la realtà. La mia realtà deve diventare onirica.

Ti immagino in una casa particolare, come quella delle bambole.
Sì, vivo in una casa strana! Ha un garage e una cantina, ma non vengono utilizzate per i soliti scopi. Non credo, ad esempio, che nel garage entrerà mai la macchina, e la cantina è la mia piccola biblioteca. La polvere dei libri mi tappa il naso, e io odio fare le pulizie, quindi, conserverò nella cantina-libreria i testi che amo tanto. Tutto il resto è viola, giallo, la camera da letto è rossa, mentre il salotto ha uno stile marinaro. Ci sono i mobili della casa dei miei nonni, le persone che mi hanno cresciuto e che mi hanno permesso di avere una casa mia. Sto dipingendo i loro mobili, lo scopo è quello di renderli assurdi, ma saranno sempre i mobili dei miei nonni. Voglio portare con me gli spettri che c’erano nella casa in cui sono cresciuta e la porta che mi permetteva di vedere un altro mondo.
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Sembra quasi che tu creda al mondo che racconti, fatto di fate e dei personaggi di una favola.
Certo che ci credo! Io credo a tutto, perché non dovrei farlo! L’importante è non farsi influenzare nel quotidiano. Ma ovviamente credo nell’incredibile!

E la religione?

Sono sempre stata attratta dalla religione soprattutto a livello estetico. Le rappresentazioni le ho sempre trovate molto coinvolgenti.

Le sopracciglia disegnate sono l’ouverture di uno sguardo brillante, la bocca carnosa è evidenziata da un rossetto color fuoco e sul braccio sinistro una serie di My Little Ponies. Indubbiamente un’estetica molto forte e caratterizzante. Questi colori sono il modo per rappresentare te o la tua arte?
Adoro ciò che è vezzoso. Adesso va di moda il burlesque, ma questo è un linguaggio che io porto con me da anni. Amo molto gli anni ’20 perché c’era una cura morbosa per il particolare. Anche nella rappresentazione artistica.
Infatti, non preferisco il nudo semplice, nei quadri è lo sguardo che vince e il nudo si deve caricare di particolari. Così, anche io devo essere carica di particolari. Amo l’estetica ricercata. Amo chi si costruisce un personaggio. È la maschera stessa che racconta quello che sono. Per questo motivo Ho un rapporto morboso con gli specchi, devo costruirmi sempre.
Credo che un artista debba essere riconoscibile, in qualche modo o in qualche forma. Non ci si sveglia a trent’anni e si scopre di essere artisti, lo si è da sempre, e questa peculiarità in qualche modo esce fuori non solo nella produzione artistica. Diffido degli artisti che mi fanno venire in mente l’uomo comune, ho come la sensazione che non abbiano il coraggio delle loro intenzioni. Ma so che questo è un pregiudizio assolutamente discutibile. Infatti, mi contraddico costantemente nel quotidiano rispetto a questa mia affermazione.

Cosa ti colpisce nell’arte prodotta da altri?
Mi affascina il buon lavoro e la genialità, non importa se poi l’artista si debba svendere. Salvator Dalì rimane un genio anche se si trovò  a realizzare di tutto pur di avere una ricompensa.
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Confesso che l’informale non colpisce la mia sensibilità.  
Amo gli artisti che ci mettevano il sangue fino alla fine. Nell’opera d’arte devo vedere la sofferenza dell’artista. Non tutte le cose negative servono a far male! A volte servono anche per produrre arte.
Io, poi, ho un rapporto empatico con i personaggi dei quadri che vedo. Per esempio sono rimasta folgorata quando ho visto dal vivo il Bacco di Caravaggio. L’ho fatto immediatamente diventare parte della mia vita.
Da bambina trasformavo i protagonisti dei quadri in miei amici.

Il fumetto, i richiami all’arte classica e all’onirico, tutto il tuo lavoro riporta al pop surrealismo.
Questa è la forma d’arte di questo preciso momento storico. Noi siamo cresciuti con i cartoni animati, i fumetti e ci esprimiamo usando questo linguaggio che ci ha formato! Io sono cresciuta così. Da ragazzina comprai il CD di Dangerous di Michael Jackson, disegnato da Mark Ryden, in formato pop up, ancora non sapevo chi fosse Mark Ryden. Questo per spiegare che faccio parte di questo momento storico ed è naturale che io veda le cose in questo modo, sono lo specchio di questo tempo.

Qualche artista che ammiri e stimi?
Silvia Faieta, innanzi ai suoi lavori è come stare di fronte ad un fuoco d’artificio fermo. Un’esplosione!

A volte non temi nel contemporaneo l’art pour l’art?
Credo che ogni persona con il coraggio di esprimersi apra un mondo.

Ed è sempre un mondo da scoprire?
Quando la finestra è su
uNatascia_Raffio4n muro, allora, è inutile!

Quanto tempo dedichi alla tua arte?
Adesso tutto il mio tempo, ho fatto mille lavori, forse la tua lavatrice l’ho assemblata io. Ma adesso mi dedico al mio piccolo zoo; ho quattro gat
ti, due pappagalli e un cane, tutti salvati da situazioni difficili, e produco la mia arte. Apro la mia finestra su un mondo diverso.

Uno dei personaggi ricorrenti dei tuoi quadri è il Pierrot, ce lo racconti?
Il Pierrot era un’immagine ri
corrente negli anni ’80. E a me ha sempre colpito molto. Maschio, ma truccato, bello a vedersi, sembrava che aspettasse me. Più era spaventoso più mi attraeva. Ma ci sono tanti altri personaggi che veicolo nel mio immaginario, i vampiri di Le Fanu, e il mondo grottesco de Il fantasma dell’Opera, il romanzo di Gaston Leroux.

Passi dal colore in tutte le tonalità al bianco e nero assoluto.
Io sono così, passo da un’espressione coloristica ad un’altra anche nella vita. Quindi la mia vita è bianca e nera e poi si colora di fucsia, colore della
mia infanzia, è nato negli anni ’80; un colore fantastico, che poi a dirla tutta il fucsia non è altro che “il rosa mignotta”, lo sanno tutti, ma nessuno lo vuole dire. Per spiegarmi meglio la mia tristezza potrebbe essere fucsia e il mio trauma blu elettrico.

L’immaginario del circo e
la teatralità in generale, ma soprattutto il barocco, questo traspare dalle tue opere.
Il Barocco è per me come il teatro, permette di far entrare il pubblico nell’opera d’arte. Il Rococò è frivolo e decorativo, nelle case iper decorate si può diventare una parte dei particolari. Sarà la sindrome di Lady Oscar o quella di Maria Antonietta.
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E che rapporto hai con l’horror vacui?
Non amo in generale gli spazi aperti, anche per questo amo i fiamminghi con le loro inquadrature strettissime.


Tornando alla tua poetica, le lacrime sono quasi una costante sul voto dei tuoi protagonisti.
La lacrima rappresenta l’intensità, che ti fa male, ti distrugge ma è necessaria. In un mio quadro, Family Portrait, scrivo in inglese: “per favore, non vi spaventate”. È scritto con un rosso sangue, la bambina protagonista è turbata da dei fantasmi, ma sono rosa. Quanto possono far paura dei fantasmi rosa? Le cose negative non le puoi cacciare via, devi cercare di trovare qualcosa di positivo in certi dolori perché li puoi trasformare in gioielli.
Il prossimo appuntamento per vedere i lavori di Natascia Raffio sarà sempre a Roma, nel quartiere Pigneto, presso l’HulaHoop Club, in una collettiva curata da Togaci e Mauro Tropeano, Surrealism De Femmes – Il ritorno, un secondo incontro con Valentina Zummo e Stella Venturo.
Un’altra possibilità per scoprire l’ampia cultura dell’immaginario contemporaneo che si ritrova in ogni quadro di quest’artista. I critici hanno visto nei suoi Pierrot la rappresentazione della sua stessa persona, la Raffio mette nella sua produzione tutta se stessa, come gli artisti che ama. Perché la sofferenza, anche quella artistica, non è negativa e anche se fosse, come dice la Raffio con un che quasi zen: “Non tutte le cose negative servono a far male!”.

Rossana Calbi

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