Lunedì, 20 Febbraio 2012 09:50

I am a hero, di Kengo Hanazawa

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[STRIP-TEASE: FUMETTI MESSI A NUDO]

diegociorraPossiamo essere eroi, anche solo per un giorno? Più facile a dirsi che a farsi, di eroi ce ne siamo creati fin troppi. C’è la star del pop, il fesso in calzamaglia, lo stalliere mafioso, quello della capitaneria di porto che ti invita a risalire a bordo, il rivoluzionario mascherato che con le bombe ci salva dai totalitarismi.



Eppure continuiamo lo stesso a ripeterci che “il mondo ha bisogno di un eroe”, Bonnie Tyler più di chiunque altro. Come a dire che Uggieri il danese (o qualsiasi altro personaggio folkloristico che risponde al mito dell’Eroe Dormiente) farebbe meglio a poltrire un po’ di meno. Ma sappiamo bene quanto il termine “eroe” sia abusato, o quanto probabilmente se ne sia distorto il significato. Soprattutto in quest’epoca di navi che affondano, ci si è sentiti 175655-iamahero superin dovere di precisare che l’eroe è quello che mette a rischio la propria vita in favore di quella degli altri (credete a Caparezza, di tanto in tanto). Ma c’è un ulteriore definizione che questa parola ha assunto negli anni, ma che spesso dimentichiamo. Eppure quando eravamo piccoli lo accettavamo con meno remore, volevamo farci raccontare una storia e chiedevamo subito: “chi è l’eroe?”. Cinema e televisione, ma soprattutto i fumetti, ci hanno abituato a dire “i nostri eroi”, persino in quelle storie dove nessuno metteva a rischio la propria, seppur fittizia, vita.
Insomma, spesso quando parliamo di eroe vogliamo solo intendere qualcuno che è protagonista della propria vita. Ed è esattamente come vorrebbe sentirsi ognuno di noi: protagonista, eroe, elemento attivo della propria vita. Soprattutto in una società livellata come la nostra, tra mille patrizi e altrettanti plebei, dove il complesso di inferiorità è sempre dietro l’angolo. E spesso, dove più ci si pone il problema di essere protagonista, più si sente l’insopportabile peso della propria inutilità sociale. Ma cosa succede quando situazioni disperate richiedono misure disperate? Quando il contesto è talmente dissociante che essere gli eroi della propria vita vuol dire semplicemente sopravvivere?

E’ quello che si chiede Kengo Hanazawa con I Am A Hero. Protagonista di questa distopica serie è un mangaka di nome Hideo Suzuki, classico esempio di sognatore corrotto e livellato dalla società, a pochi passi dalla nevrastenia permanente e dalla paranoia facile.
Hideo non riesce a brillare come artista, il suo primo manga aveva avuto un discreto successo, ma è stato interrotto e non riesce più a sganciarsi dal ruolo di assistente di studio, e l’unica persona che sembra fare il tifo per lui è la sua fidanzata. Ma i suoi metodi sono melliflui, cerca di consigliarlo sfruttando l’esempio del suo ex, che per uno scherzo del destino è invece un fumettista affermato. La vita di Hideo è così divisa tra piccole paranoie, crisi di hero02gelosia, brevi allucinazioni e preoccupanti monologhi ad alta voce. E la stessa frase, ripetuta in maniera canonica e disperata: “I am a hero”. Eppure Hideo non riesce affatto a sentirsi un eroe, proprio non ce la fa ad afferrare la vita con le sue stesse mani. L’unica sua soddisfazione è al poligono di tiro, quando sfoga tutto a colpi di fucile.
Ma quella di Hanazawa non è una semplice storia di disagio sociale, c’è ben altro dietro l’angolo. Situazioni a metà strada fra Romero e David Lynch, contesti che normalmente considereremmo inaccettabili e surreali, ma alla quale Hideo non potrà sottrarsi. Che si tratti di visioni o di fenomeni reali ancora non ci è dato saperlo, la serie in Italia è appena giunta al suo quarto volume, targato Gp Publishing. Una cosa però è sicura, I Am A Hero non è un Seinen come gli altri. Conserva il peggio della distorsione cinematografica orientale e occidentale, dalle aberrazioni visive di Rec e The Ring alle soggettive angoscianti di Fuoco Cammina Con Me. Molta introspezione, un pizzico di metafumetto (che non fa mai male in una produzione di qualità), e un uso della sequenzialità mai visto prima. E in tutto questo le tragiche, umanissime parole del protagonista, motto delle irrealizzazioni di tutti noi, distinzione fondamentale su un termine di cui sin troppo abbiamo abusato: “Mi va bene non essere un eroe, ma vorrei almeno essere il protagonista della mia vita”.

Giampiero Amodeo

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