Martedì, 05 Agosto 2008 00:33

Dal Libano con amore dalla Puglia con ardore: Radiodervish

Scritto da Edyth Cristofaro
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Auditorium Parco della Musica 21 luglio. Il concerto di The Niro è appena finito. Gli addetti al cambio palco sono veloci, efficienti, qualche minuto di attesa per bere qualcosa, guardarsi intorno, pensare alle cose da fare domani, che già hanno finito e tutta una serie di strumenti “nuovi” riempiono il palco.

 


Uno ad uno salgono sul palco: Antonio Marra alle percussioni, Alessandro Pipino alle tastiere, Anila Bodini al violino, Michele Lobaccaro al basso elettrico e alla chitarra acustica e lui, il magico Nabil Salameh voce- chitarra acustica- tamburelli, anima parlante dei Radiodervish.

Nati a Bari nel 1997 dal sodalizio artistico tra Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, i Radiodervish fanno delle differenze culturali l’origine delle loro canzoni, che sono veri e propri varchi e passaggi tra Oriente ed Occidente. Ricche di simboli e miti delle culture del Mediterraneo, il risultato finale porta a melodie con testi cantati in italiano, in arabo, inglese, francese, spagnolo, canzoni che diventano originali ed innovative sia nel panorama della world music che in quello della musica cantautoriale italiana.

Sono tornati a Roma, dopo un’assenza di più di un anno e l’emozione sul palco e sugli spalti è subito palpabile. Inizia la musica e sembra di essere proiettati in un altrove senza tempo, senza storia, dove le differenze culturali, le misticanze etniche diventano una ricchezza inesauribile di idee, di suoni, di sentimenti.
Non c’è quasi bisogno di parlare: le parole non servono quando la musica parla così dritto al cuore. Tutta una serie di ricordi atavici sopiti riprende vita: un velo caduto che fa vedere davvero e sentire. Sentire finalmente tutti i ritmi del mondo, mentre comincia lenta la musica di Bombay Salam, che trascina fino al Centro del mundo. Milioni di promesse che tornano davanti agli occhi in un caleidoscopico sound, mentre tutto sembra prendere senso e corpo nella musica.
Ho visto il fotografo seduto davanti a me, battere il tempo con i piedi, battere le mani e rilassarsi sulla poltroncina, così come capita solo quando una musica ti entra davvero dentro: eppure non conosceva i Radiodervish, non li aveva mai sentiti prima.
Magie della musica, quando ha un significato, una forza che racconta d’amore e di vita, quando è costruita su melodie di presa immediata e arrangiamenti che guardano al presente e al passato in passaggi conseguenti e consecutivi.

Il disco che hanno presentato al pubblico i Radiodervish all’Auditorium è l’ultimo, L’immagine di te, un album di canzoni inedite che parla con forza della realtà di un’Italia ormai irrimediabilmente multietnica, meticcia, terra di frontiera tra Europa e Mediterraneo: “i bambini di Beirut, giocheranno a Tel Aviv. Cercando l’origine, mi preparavo ai mutamenti. E’ l’amore che mi porta via, un dolore che fa vivere”, canta Nabil e noi non possiamo dimenticare neanche un secondo che non saranno le impronte digitali a impedirci di vivere e di essere cittadini del mondo. Le limitazioni, per fortuna non appartengono al mondo dell’arte, lì ogni Paese è casa: un porto sicuro nel quale far vivere la genialità.
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